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La riconquista di una percezione retinale dei contesti socialmente significativi, ad opera dellespansione delle tecnologie di comunicazione audiovisive, sta nuovamente aprendo le porte emozionali e immaginali dellemisfero destro, a lungo tenute a freno dallemisfero sinistro, cosicché le voci di dentro tornano a farsi sentire. E tornano ad assumere una forza espressiva tutta loro le immagini di dentro. In un suo celebre e controverso saggio Julian Jaynes sosteneva che la vita dei nostri antenati era dominata da allucinazioni divine e da voci imperiose, che emergevano da una dominanza dellemisfero destro (Jaynes, 1976). Jaynes credeva, fra laltro, che quel genere di mondo noetico non avesse ancora scoperto il senso dellidentità. Il problema dellemersione dellio è stato da altri ricondotto con maggiore prudenza nel contesto delleconomia logico-sequenziale e lineare dellemisfero sinistro, che si rafforza quando il linguaggio è dominato dalla scrittura e dalla stampa. Ma anche adottando questo approccio è interessate ricordare che Jaynes ipotizzò, e con qualche ragione, che la vita dei nostri lontani antenati, se priva di quel principio di distinzione che definisce lIo, doveva in qualche misura strutturarsi in una serie di azioni automatiche collettive. Le sollecitazioni corticali dellemisfero destro dovevano costruire un codice universale per azioni programmate. Automi al comando del loro signore (a sua volta dominato dalle sue allucinazioni), i nostri antenati forse sperimentarono una condizione connettiva che a noi sfugge. Solo immersi in questa connettività assume un senso limmagine e la voce delle divinità: la forza insondabile del mito, la sua non gratuità, la sua assoluta necessità psicosociale. Lattuale ritorno del retinale e il conseguente declino dellidentità tipografica sembrano costruire il sostrato sul quale fiorisce la forza mitica delle nuove icone. Tra queste la più inquietante è appunto il robot. AMOR ROBOTICO Una seconda e radicale mutazione sembra essere alle porte: la vita artificiale può già sottrarsi alla corruzione e alla morte, e può, nelle più remote prospettive, perfino aggirare linesorabilità cosmica dellentropia. Questo nuovo modello di vita indefinita ha suggerito scenari ideologici di varia formazione. Esiste un partito tecnoradicale che prospetta una transizione senza soluzione di continuità dallessere umano al robot. Rappresentanti autorevoli di questa ideologia sono l scienziato Hans Moravec e lartista Stelarc, entrambi persuasi che la specie umana abbia superato i limiti imposti dalle risorse di un corpo e di una mente ancorati al paleolitico, ma proiettati in un cosmo alla Star Trek. Ecco la necessità di sostituire senza soluzione di continuità a un corpo obsoleto un meccanismo possente e versatile, e a una mente limitata dai bioritmi un cervello cablato, in grado di sovvertire la consueta percezione spazio-temporale. Il passaggio dal naturale allartificiale ha anche prodotto un partito trasversale, fondato su una ideologia tecno-bioriformista, prevalentemente sostenuta dai recenti sviluppi della cultura femminista di matrice statunitense. Espressioni ideologiche di segno opposto, ma interne al dibattito e attente a tutti i suoi sviluppi, danno vita a un partito tecnoconservatore, il quale, curiosamente, è rappresentato da personalità come lartista Michael Snow, che si inseriscono a pieno titolo nel vasto alveo delle ciberculture. In ogni caso, il passaggio dal naturale allartificiale costituisce il contenuto primario di unideologia radicale che connette alla ipotetica creazione della vita artificiale e della società artificiale il valore di una nuova utopia, un punto di arrivo del processo storico, una radicale risoluzione di tutti i conflitti derivanti, a loro giudizio, dalla proprietà privata, dalla società divisa in classi e dalle limitazioni imposte dalla natura allespansione delle attese, delle passioni e delle potenzialità umane. Questa ideologia è presente con varie sfumature in tutti i paesi avanzati del globo, e lo è anche in Italia, sia pure con declinazioni meno estremiste, forse a causa dellinconscio influsso di un umanesimo capillare. Eppure esiste una forte diffidenza nei confronti di questa ideologia, una presa di distanza che apparentemente assume le forme della tecnofobia. La letteratura fantascientifica ha colto molte sfumature di questo sentimento. Un diffuso timore che lo scrittore Isaac Asimov ha definito la sindrome di Frankenstein. In Luomo bicentenario Asimov descrive la fobia collettiva scatenata dalla presunta eternità del robot (Asimov, 1976). In questo racconto la creatura supera il creatore proprio nella capacità di vivere allinfinito. Lavere inizio ma non una fine, come Adamo prima della cacciata dallEden, è un imperdonabile peccato originale. La fobia si traduce nella ricerca di un meccanismo di controllo, ed è proprio ciò che accade agli androidi inventati dalla fertilissima e conturbante fantasia di Philip Dick. Gli androidi dickiani sono sottoposti a una crudele e precoce morte programmata, perché nella finzione letteraria essi hanno superato lo stadio di meri simulacri, pensando e sentendo come luomo. Al contrario, luomo bicentenario, robot ideale, ha la capacità di includere la sequenza delle vite umane senza alcun limite. La sua è una capacità inclusiva senza limiti. Le facoltà raziocinanti di R. Andrew Martin sono poi un gradino superiori a quelle umane, e proprio come avviene nellastratto universo della logica simbolica, egli è come un insieme che include i proprio elementi. Correttamente Antonio Caronia ha concluso che in questo racconto Asimov ha piegato la tragicità del suo personaggio al desiderio di conciliazione e di integrazione che domina in larga parte della sua produzione (Caronia, 1996, p. 30). Ma si può anche affondare il bisturi in un altro organo, e sospettare che luomo bicentenario possa nascondere una involontaria metafora di una nuova redenzione, una redenzione tecnologica, la quale deve necessariamente inverarsi nellautosacrificio del volontario capro espiatorio (in questo caso il robot Andrew Martin, lincarnazione dellautentica essenza vitalistica delle macchine). Senza questo autosacrificio, così simbolicamente vicino al destino di Quetzalcoatl, e per certi aspetti alla passione del Cristo, non scatterebbe il meccanismo della riconciliazione che si riproduce nelle varie società nel momento in cui le tensioni e le violenze prodotte dalle disuguaglianze si scaricano su un soggetto inerme, a volte perfino inconsapevole della sua funzione sacrificale. Nel racconto asimoviano la catarsi rientra a pieno nella genesi del meccanismo vittimario (Girard, 1978), ma con la differenza che la vittima è consapevolmente alla ricerca del suo autosacrificio, in nome di una riconciliazione impossibile fra luomo e la macchina. La vita illimitata genera la fobia della sostituzione, così come un futuro infinito appartiene a questa nuova specie di materia vivente che compare nel finale postumano dello spettacolare I.A. di Stephen Spielberg, soggetto tratto da un racconto di Aldiss Brian, novella per la verità assai meno complessa e suggestiva del film (Brian, 2001). La sceneggiatura, comè noto, solleticò la vena creativa di Stanley Kubrick. Ma i robot ultraumani, se non del tutto angelicati di I.A., rappresentano lapoteosi di un destino inclusivo annunciato ormai da un secolo e mezzo. La matrice mitografica è già presente in Erewhon di Samuel Butler (1872), celebre utopia negativa, in cui affiorano le ipotesi che le macchine possano evolversi e infine acquisire lautocoscienza, che il nostro sentire sia intimamente connesso al tipo di rapporto che si instaura con lambiente artificiale, e che lessere umano sia destinato a servirle come uno schiavo, fino al punto da trasformarsi nel loro nutrimento. Butler sostenne che le macchine: [É] non solo avranno bisogno di noi e dei nostri servigi per la procreazione e lallevamento della loro progenie, bensì anche come personale adibito alla loro cura. Esattamente ciò che è descritto nella trilogia di Matrix. È mutato il contesto tecnologico, transitato in questo lasso di tempo dal macchinico allelettronico e in epoca recente dallelettronico allorganicistico. Ma non è mutato il senso di una nascente coscienza delle proprietà nascoste nelle estensioni delle membra e del cervello, estensioni che producono lhabitat artificiale e il suo complesso accoppiamento con le vite di ogni singolo essere umano. Sono essi, i meccanici, o meglio i biomeccanici, e non i biologici, ad avere un futuro. Applicazione coerente del principio di discontinuità. E sempre in nome dello stesso principio lumanità si estinguerà, secondo un classico copione, lasciando il campo ai propri eredi artificiali, i quali, però, includeranno nella loro memoria storica la vicenda dei propri costruttori. Un secondo genere di inclusione tecnologica, molto più astratto ma non meno efficace, è insito nellidea dellintelligenza collettiva di matrice elettronica. In questo caso il manufatto antropomorfo, classico robot fumettistico o asimoviano, si dissolve in qualcosa di ben più sfumato e imprendibile: un intelletto elettronico globale e planetario, un cervello costituito da miriadi di nodi tissurali e di percorsi neuronali artificiali. Non un cervello, ma il cervello per eccellenza; non un organo ma una facoltà allo stato puro, priva di una localizzazione precisa. Questo essere spettrale, ma di conio tecnologico, fisico, materiale, assume le più svariate forme in una nutrita produzione di science fiction. << precedente Pagina 2 di 9 prossima >> | ||||
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